Il film "La mia classe" di Daniele Gaglianone è stato accolto con un certo entusiasmo alla 70ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2013).
Applausi e commenti positivi soprattutto per Valerio Mastandrea.
Non metto in dubbio che, senza una sceneggiatura precisa e senza attori, sia stato un film piuttosto complicato da girare, ma questa era l'intenzione del regista: dare spazio alla vita vera. E la vita reale il suo spazio se l'è preso, talmente tanto da far crollare ogni sicurezza del regista. Un errore gravissimo, perché quell'evento poteva essere una preziosa occasione per dare un senso profondo al film. Seguendo quel ragazzo, finalmente avremmo potuto capire quanto è complicata la situazione degli immigrati in Italia e cosa correggere nel nostro sistema. Purtroppo il regista si è bloccato. Compromettendo anche il lavoro dell'unico attore del cast, Valerio Mastendrea.
Valerio Mastandrea era riuscito a essere talmente convincente come maestro che i suoi alunni stranieri, loro veri e reali, sembravano seguirlo con spontaneità e interesse dimenticandosi delle telecamere. Ma poi...
Il film procedeva secondo i piani, fino a quando un alunno confessa di avere davvero dei problemi con il permesso di soggiorno.
Dico "davvero" perché, in precedenza, un alunno, seguendo le direttive del regista, aveva finto di non avere più il permesso di soggiorno, e il maestro, buono e gentile, aveva deciso di chiudere un occhio. Questo nella finzione, ma nella realtà, l'alunno senza permesso di soggiorno è stato messo fuori.
Persino chi parte con animo predisposto per fare il meglio possibile per gli altri, deve arrendersi alla burocrazia. Ma è un arrendersi troppo facile.
Vittorio De Sica e altri registi della sua epoca, presero a lavorare o addirittura finsero di girare film per salvare degli ebrei, e noi, oggi, non riusciamo a trovare un misero lavoro a uno straniero per dargli modo di riavere il permesso di soggiorno?!
Il monologo finale di Valerio Mastandrea spiega bene la nostra effimera pietà, l'incapacità di fare qualcosa di concreto e gli inutili sensi di colpa che siamo destinati a portarci dietro.
“Sono in una città straniera e sto camminando lungo un fiume, piove, piove sempre. In giro non c'è nessuno. Ad un certo punto vedo qualcosa che mi viene incontro, lentamente lo riconosco è un cane, un cane magro, bagnato; quando mi vede rallenta, rallento anch'io. Gli faccio una carezza, due, forse tre. Poi mi alzo e continuo a camminare. Lu viene con me, mi accompagna a casa. Lo guardo e non mi sta guardando, cammina con me, come se fosse il mio cane. Arriviamo davanti al portone, che non è un portone, non c'è una porta, è un arco, poi dentro c'è una scala e a metà di questa scala c'è un cancello con delle sbarre. Mi fermo, lo guardo e lui mi guarda come a dire: “Beh, andiamo”. Non può venire con me, non lo posso portare. La padrona di casa è stata chiara: niente animali in casa! Allora cammino, apro il cancello, lo richiudo. Lui fa qualche scalino e si accuccia sull'ultimo accanto al cancello. Allora mi siedo anch'io e rimaniamo così, uno da una parte e uno dall'altra. Passano 5-10 minuti, non lo so, mi alzo e faccio per andare a casa e lui mi vede andare via e inizia a gridare, a urlare, non sta abbaiando, sta strillando. Poi inizia a scagliarsi con violenza contro il cancello e mi fa paura, io ho paura che se non ci fosse quel cancello lui mi salterebbe addosso e mi azzannerebbe. Scappo verso casa e spero che il cane vada via e invece quando mi chiudo la porta alle spalle lo sento ancora gridare, gridare che sono un traditore”.
04 dicembre 2014
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